Salvatore Fergola, l’ultimo pittore dei Borbone

Salvatore Fergola (Napoli, 24 aprile 1796 – Napoli, 7 marzo 1874) pittore italiano, è uno dei migliori esponenti della scuola di Posillipo fiorita a Napoli nel secondo decennio dell’Ottocento e formata da un gruppo di artisti particolarmente versati nel dipingere paesaggi.

Salvatore Fergola era un figlio d’arte. Il padre Luigi infatti era un bravo acquarellista e anche suo fratello Alessandro (1812-1864) è stato pittore di buon livello.
Nei primi lavori è forte l’influsso di Jakob Philipp Hackert, sia nell’applicazione della tempera, sia nell’impostazione dei paesaggi da riprendere.
Jakob Philipp Hackert (Prenzlau, Germania, 15 settembre 1737 – San Pietro di Careggi, 28 aprile 1807) è stato un pittore tedesco che lavorò molto in Italia. Era il più grande pittore di paesaggi dell’epoca e venne per questo assunto dalla Corte Borbonica.
Ammesso all’Ufficio Topografico di Napoli, nel 1819 eseguì diversi dipinti per conto del duca di Calabria, il futuro re Francesco I. Dopo seguì la Corte prima a Castellammare di Stabia, poi a Caserta, a San Leucio, a Santa Maria Capua Vetere e ad Ischia, ritraendo i paesaggi. Tra le tele di questo periodo si distingue quella del varo del vascello “Vesuvio” (1825).
Nel 1829, in occasione delle nozze, a Madrid, della principessa Maria Cristina di Borbone-Due Sicilie con il re Ferdinando VII di Spagna, fu al seguito della famiglia borbonica ed ebbe l’opportunità di visitare Siviglia, Cadice, Burgos, Toledo e Barcellona arricchendo la sua arte pittorica. Sulla via del ritorno si trattenne qualche mese a Parigi, ospite del duca d’Orléans, Luigi Filippo di Francia e di Carolina di Borbone-Due Sicilie, duchessa di Berry: in occasione del soggiorno francese Fergola ebbe modo di perfezionare ulteriormente il suo stile pittorico.

In breve divenne popolarissimo come illustratore degli avvenimenti e degli eventi più significativi del Regno, ma non riuscì ad ottenere la cattedra dell’Accademia di belle arti di Napoli, che venne assegnata nel 1838 a Gabriele Smargiassi, un altro esponente della scuola di Posillipo. Nonostante la delusione subita continuò a lavorare instancabilmente, partecipando nel 1839 alla mostra borbonica in Spagna, con “Veduta della sorgente del Sarno”, “Interno della cattedrale di Toledo”, “Briganti sorpresi dalla gendarmeria nella foresta”. Nel 1841 presentò Interno gotico del chiostro di San Giovanni de’ Re a Toledo, Esterno gotico della cattedrale di Burgos, Montevergine nel giorno della festa. Ma il quadro per cui è ricordato è la tela che dipinse nel 1840 per immortalare l’epico avvenimento dell’ottobre del 1839 sull’ Inaugurazione della Ferrovia Napoli Portici, la prima strada di ferro in Italia. Nel quadro troviamo una sublime rappresentazione del treno che corre lungo la costa – il panorama del golfo di Napoli sullo sfondo e la festosa presenza del pubblico, appartenente ai diversi ceti del Regno.

I Borbone, riavuto il Regno sottrattogli da Napoleone, attuarono un vasto programma di ammodernamento tecnologico, e crescita economica tale da far pensare che il Regno delle Due Sicilie potesse lui essere il protagonista dell’Unità della Penisola.
L’ idea che Borbone potessero loro unificare la penisola non entusiasmò mai i regnanti napoletani, specie Ferdinando II.
In proposito avrebbe affermato che gli bastava un regno piccolo ma prospero, protetto dall’acqua salata (il Mediterraneo) e dall’acqua Santa ( il Regno dello Stato Pontificio).
Fergola è stato un grande interprete pittorico del rinato fervore tecnologico del mezzogiorno dipingendo diverse opere che rivelano fiducia nelle nuove istanze di progresso e modernità.
Dopo l’unità d’Italia fu rapidamente messo da parte perché era un testimone vivente di un regno che non era stato per niente la negazione di Dio.

Ferdinando Beneventano del Bosco, l’anti Garibaldi

Ferdinando Beneventano del Bosco fu l’eroe capace di trascinare i soldati al combattimento e alla vittoria. Per la fortuna del più famoso eroe di Caprera, non raggiunse mai i vertici dell’esercito, riservato a nobili demotivati e senza competenze, molti dei quali si rivelarono addirittura traditori. 

Nato a Palermo da Aloisio Beneventano dei baroni del Bosco, una antica famiglia siracusana e da Marianna Roscio, era stato ammesso a corte nel 1821 come paggio di Ferdinando I e nel 1829 frequentò la scuola militare distinguendosi per le sue capacità militari e organizzative. Di converso il carattere estremamente orgoglioso e collerico, unita ad una sorda avversione per i cortigiani, ne bloccarono la carriera e non sopportava i suoi superiori.

dal milanese Agostino Bertani, partirono ben 21 spedizioni. Il 10 giugno a favore di Garibaldi, arrivò in Sicilia anche Giacomo Medici, che si era dimostrato un valente soldato nella difesa della Repubblica Romana, uno dei pochi che dava del tu a Garibaldi. Non venne da solo, con lui vennero altri 2500 volontari armati con moderni fucili  a canna rigata. Garibaldi così rinforzato poteva continuare ad avanzare. Per arginarlo e bloccarlo nell’isola, fu  inviata una brigata al comando di  Del Bosco. Il 13 giugno 1860 il borbonico uscì da Messina e attestò  nella piana di Milazzo per fronteggiare gli invasori. I garibaldini non si fecero intimidire dalla presenza dei soldati borbonici, prima perché volevano prendere Messina quanto prima  per sbarcare a Reggio, poi perché davano per scontato che il nemico si sarebbe dileguato solo vedendoli ed infine perché numericamente erano il doppio, e non si trattava  più solo di volontari, ma in molti casi di soldati regolari piemontesi.

 I primi assaggi di fuoco si ebbero quasi subito, ma la battaglia fu combattuta fra il 17 e il 24 luglio 1860, quando Giuseppe Garibaldi, con il suo “esercito meridionale”, sconfissero i borbonici. I napoletani disponevano di circa 4000 uomini, i garibaldini oltre 6000. Ma non fu una vittoria facile. La prima sorpresa di Garibaldi fu di trovarsi di fronte un esercito motivato e competente. Diversamente da Calatafimi i soldati napoletani erano molto più determinati e con un comandante all’altezza della situazione.

Gli scontri preliminari videro i borbonici e garibaldini combattere corpo a corpo. Dopo una serie di scontri di piccola portata, che vedeva i borbonici vincere ovunque, la battaglia decisiva cominciò all’alba  del 20 luglio, al centro della piana di Milazzo.

Del Bosco  schierò i suoi uomini su due linee posizionando l’artiglieria in modo da poter effettuare il fuoco incrociato. Si mise al comando della prima linea ad aspettare il nemico. Aspettò poco. Verso le 7 del mattino Garibaldi mosse all’attacco dello schieramento borbonico, tentando uno sfondamento centrale, preceduto da due attacchi laterali contemporanei.  Questa manovra non gli riuscì, anzi si tramutò in un vero disastro, nel quale i garibaldini, respinti, subirono gravissime perdite.

Del Bosco, alla testa dei suoi uomini,  incurante delle pallottole che gli fischiavano attorno guidò il contrattacco roteando la spada come un guerriero medioevale. I due comandanti, Bosco e Garibaldi combattevano in prima linea a pochi metri uno dall’altro. Garibaldi fu perfino disarcionato ed il provvidenziale soccorso di Missori evitò il peggio. Ormai stavano, nonostante tutto per vincere, ma un colpo di sorpresa – se non di genio – di Garibaldi risolse la situazione. Nelle acque di Milazzo si trovava la nave da guerra borbonica a vapore  “Veloce”, una delle più moderne navi da guerra, armata con 10 micidiali cannoni a lunga gittata. Proprio qualche giorno prima era stata ceduta dal disertore capitano borbonico Amilcare Aguissola ai garibaldini e ribattezzata col nome di Tükery, dal nome di un volontario ungherese morto nell’attacco a Palermo. Garibaldi si fece portare sul Tükery e di lì diresse personalmente il fuoco dei dieci cannoni contro il nemico. I borbonici a questo punto furono costretti a ritirarsi nella fortezza  di Milazzo. 

Quando Garibaldi sbarcò sul continente Del Bosco sostenne che la strategia adatta era quella di bloccarlo nei pressi di Salerno, prima che arrivasse a Napoli: stavolta sembrava che il suo piano fosse stato accolto perché furono inviate due forti brigate al suo comando ed a quello di Von Mechel che guidava i soldati svizzeri dell’esercito napoletano per incontrare Garibaldi sulla piana di Salerno.

Ma all’improvviso quest’ordine fu inspiegabilmente annullato e Garibaldi arrivò tranquillamente a Salerno con una marcia trionfale.

Ammalatosi Del Bosco fu ricoverato a Napoli. Guarito dopo due mesi, Bosco si presentò a Gaeta e la sua sola presenza galvanizzò gli assediati.  Dopo la resa seguì Francesco II a Roma, ma per un ennesimo duello fu espulso dallo stato romano a settembre del 1861. In giro per l’Europa del Bosco continuò a organizzare il movimento antiunitario, forte della fama di essere stato uno dei pochi ufficiali borbonici a non essere fuggito dinanzi a Garibaldi.

Si trasferì prima a Trieste, ove nel 1863 tentò di organizzare un corpo di spedizione poi a Madrid, ove continuò a reclutare uomini da inviare nell’Italia meridionale per sostenere il movimento antiunitario poi  a Barcellona per un nuovo tentativo di arruolamenti che fallirono per mancanza  di denaro. Malato di gotta e sfiduciato perse ogni speranza anche se nell’aprile del 1866 a Palermo si parlava ancora della possibilità di un suo sbarco in Sicilia . Le stesse voci si diffusero nell’aprile e nel maggio del 1870. Ormai era diventato un mito, simbolo ricorrente della rivolta contro il nuovo ordine.

Alla fine tornò a Napoli indisturbato, vecchio e malato e vi morì l’8 gennaio del 1881 all’età di 68 anni.

Gaetano Filangieri, filosofo e illuminista napoletano, uomo politico e giurista

Gaetano Filangieri terzogenito del principe di Arianiello, nacque a San Sebastiano al Vesuvio Napoli nel 1752 e morì a Vico Equense nel 1788 ma da adolescente dimostrò subito di preferire i giochi allo studio.

All’età di 17 anni cominciò a studiare letteratura e filosofia. Si interessò specialmente a quella parte delle scienze umane che più erano inerenti alla felicità dell’uomo e cioè la morale, la politica, la legislazione e la scienza del diritto.
Nominato gentiluomo di camera dal re Ferdinando IV di Borbone entrò nel foro napoletano come avvocato trovando una magistratura in fase di sfacelo. Essa si rifaceva ancora alla giurisprudenza romana, sulla quale poi si erano sedimentati tutti i provvedimenti successivi, fino a quelli dell’ex vicereame spagnolo. In questa grande coacervo di norme, spesso contraddittorie potevano e si facevano impunemente strada l’arbitrio e la corruzione. Filangieri allora fece si fece promotore della cosiddetta “legge del ragionamento delle sentenze”, affermando che sentenze dovevano essere motivate e in base a quale disposizione veniva adottata. Una rivoluzione: oltre a contenere nei suoi giusti limiti i poteri dei magistrati, restituiva nel suo pieno vigore l’imperio delle leggi e l’imparzialità delle decisioni per porre riparo ad uno dei più gravi disordini che accompagnavano l’amministrazione della giustizia.

G. Washington B. Franklin

Ma non fu facile farla approvare, le resistenze furono enormi, ma alla fine con l’appoggio della Corte, essa passò e ciò costituì l’occasione per il filosofo di porsi in primo piano non solo a Napoli ma in tutte le capitali europee dove soffiava il vento dell’illuminismo.
Filangieri si sposò e si trasferì a Cava dei Tirreni per dedicarsi interamente allo studio.
Allora maturò il disegno di un’opera omnia in sette sezioni contenute in altrettanti volumi intitolata “La scienza della legislazione”
Nel 1787 fu nominato consigliere del Consiglio delle Finanze del Regno e preso dagli impegni politici non poté portare a termine la tua opera fermandosi al libro quinto il quale uscì oltretutto postumo incompiuto nel 1791. Dei 7 volumi progettati ne pubblico solamente cinque.

La scienza della legislazione propone delle importanti riforme sulla procedura penale contro il persistente arbitrio feudale ,l’istituzione di una educazione pubblica di ispirazione laica e una riforma dell’economia e della tassazione.
Sotto l’influsso del Genovesi e dei fisiocrati, che ritenevano i prodotti dell’agricoltura come unica fonte di ricchezza, si fece promotore della rimozione degli ostacoli di natura giuridico fiscale per lo sviluppo e la libertà del commercio dei prodotti agricoli. A tal proposito sostenne la creazione di un’imposta unica su tutti i prodotti della terra.

Tutti questi ragionamenti e proposte, sotto certi aspetti erano più avanzate di quelle dell’Illuminismo francese e ciò spiega perché il Filangieri ebbe un immediato successo e qualcuno ha anche affermato che le sue idee abbiano addirittura ispirato la rivoluzione francese. Ma è indubbio che ebbe delle ripercussioni anche al di là dell’Atlantico presso la nuova confederazione degli Stati Uniti d’America.
La Chiesa non poteva accettare l’idea del “diritto alla felicità” mentre si era ancora vivi, perché smontava uno dei suoi pilastri fondamentali sulla felicità ultraterrena, cioè quella del Paradiso e si mise di traverso. Il diritto alla felicità su questo mondo, avrebbe comportato la fine della sottomissione dei popoli al potere costituito, la fine della rassegnazione e la sopportazione delle ingiustizie perché poi sarebbero stati successivamente ripagati.
Ma il seme era gettato e germogliò rapidamente come rapidamente,
colpito dalla tubercolosi Filangieri si ritirò definitivamente a Vico Equense dove morì nel 1788 a soli 35 anni.

Ferdinando Palasciano il medico borbonico che ideò la Croce Rossa

Si interessò a problemi apparentemente insignificanti come l’ igiene dei soldati, pubblicando nel 1846 la “ Guida medica del soldato “ eppure fondamentali, considerando l’alta percentuale di morbilità dei soldati per dissenteria, malattie infettive ecc che riducevano costantemente gli organici mentre bastavano poche norme per salvaguardarsi.
I quegli anni l’Italia era attraversata da rivolte insurrezionali e Palasciano invece di starsene tranquillamente a Napoli o Palermo in qualche clinica ospedaliera, seguiva i reparti che andavano a combattere.
Operando sui campi di battaglia acquisì una forte esperienza sulle ferite in battaglie, sia quelle traumatiche, sia quelle da armi da fuoco, divenendo, come si direbbe oggi, un “chirurgo specialista in ferite di guerra “.
Fu così che il nostro eroe fu illuminato dall’idea che avrebbe cambiato il modo di considerare i feriti nei campi di battaglia. Nel 1848 in Sicilia scoppiarono dei moti rivoluzionari. Gli scontri che si ebbero tra i borbonici ed i rivoltosi, lasciarono numerosi feriti sul campo di battaglia, allora si ordinò che fossero curati solo i soldati borbonici e lasciati al proprio destino i feriti nemici.
Il Palasciano, però, tenendo fede al giuramento d’Ippocrate non tenne conto della disposizione e curò con la stessa scienza e coscienza sia i feriti borbonici che i rivoltosi ed anche i numerosi civili coinvolti nei combattimenti.

Di fronte a questa plateale insubordinazione, il generale Carlo Filangieri, figlio del più famoso illuminista napoletano Gaetano, lo fece arrestare per farlo giudicare dal Tribunale di Guerra.
Il Palasciano si difese affermando che la sua missione di medico era più sacra del dovere del soldato perché la vita dei feriti di guerra era sacra. Era nata l’idea della neutralità e dell’intoccabilità dei feriti, che costituisce ancora oggi il nucleo centrale l’idea della Croce Rossa.
Per questo Ferdinando Palasciano fu condannato alla fucilazione cambiata ad un anno di reclusione.
Dopo la scarcerazione si interessò ancora ai problemi di sanità militare lottando con energia affinché venisse riconosciuta la neutralità dei feriti di guerra. Caduta la monarchia borbonica, passato nelle file piemontesi, in occasione del Congresso Internazionale dell’Accademia Pontaniana svoltasi a Napoli nell’aprile del 1861, affermò: “ Bisognerebbe che tutte le potenze belligeranti, nella Dichiarazione di Guerra, riconoscessero reciprocamente il principio di neutralità dei combattenti feriti per tutto il tempo della loro cura e che adottassero rispettivamente quello dell’aumento illimitato del personale sanitario durante tutto il tempo della guerra “.
Con questo discorso che ebbe una vasta eco in tutto l’Europa e che, tre anni più tardi, sarà alla base delle Convenzione di Ginevra, Palasciano proclamò per la prima volta, uno dei più importanti principi fondamentali della Croce Rossa di cui è giustamente ritenuto il precursore.
Ma Palasciano non fu solo un teorico, un medico intellettuale, fu anche un medico operativo divenendo un chirurgo famoso in Italia ed in Europa. Eseguì migliaia di interventi e di questi molti con tecnica personale altamente innovativa.

Fu chiamato a consulto poi da Garibaldi per curare la sua ferita da arma da fuoco al malleolo mediale del piede destro subita durante un combattimento sull’Aspromonte.
Fu poi Deputato, Senatore del Regno, Consigliere ed Assessore al Comune di Napoli. Collezionò molti onori, ma non a quello cui ambiva più di tutto: partecipare alla creazione della costituenda organizzazione che avrebbe curato i feriti di guerra. Infatti il governo italiano, invitato da quello svizzero a nominare un delegato che lo rappresentasse in occasione dell’assemblea costitutiva della Croce Rossa, fece il nome del Dott. Baroffio e del Capitano Cottrau anziché quello del Palasciano che tanto aveva dato perché quell’idea fosse realizzata. Con la Convenzione di Ginevra (8-22 agosto 1864) fu sancita la neutralità delle strutture e del personale sanitario.
Il primo delegato della Croce Rossa Italiana fu nominato il medico milanese Cesare Castiglioni ed il primo Comitato italiano è quello di Milano istituito il 15 giugno 1864 ebbe sede a Milano.
Dopo questo smacco Palasciano impazzì letteralmente e manifestò sovente sintomi di follia intervallati da lucidità. Morì a Napoli il 28 novembre del 1891 praticamente dimenticato da tutti.

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